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Lucio Padovani

Domani ai posteri l’ardua sentenza, ma oggi cari compagni tocca ancora a noi tentare l’analisi dell’esperienza

in Varie

BILANCIO ATTIVITÀ GRUPPO CONSILIARE LISTA DORIA : Assemblea pubblica – Genova, Tursi – 22.06.2015

Buongiorno a tutti, siamo qui a tentare un bilancio provvisorio dell’azione dell’amministrazione in carica e dell’attività consiliare del gruppo  lista Doria, bilancio più volte promesso ma fin qui mai realizzato. Abbiamo anche cercato, di recente, di coinvolgere sul tema la  ”Rete a Sinistra” (prima che diventasse un cartello elettorale) perché pensavamo fosse decisivo per il futuro della sinistra genovese, sciogliere il rapporto ambivalente con la sua esperienza di governo. L’idea era quella di farlo insieme, a metà mandato, dopo le elezioni europee, ma alla fine l’evento è stato rinviato e non ci siamo riusciti. Siamo ora a tre quinti di mandato, dal lato di bolina, e ci riproviamo.

Pensiamo sia assolutamente necessario fare il punto anche per cominciare a pensare al futuro ed alla eredità che lasciamo, del resto, a breve, l’anno prossimo, saremo di nuovo in campagna elettorale. Abbiamo deciso di darci un metodo. Il metodo identificato (anche per facilitare il coinvolgimento dei nuovi consiglieri) è stato quello ripartire dall’analisi degli obiettivi del programma. Non quello con cui ci siamo presentati alle elezioni (che era per forza di cose pieno di buone intenzioni e poco concreto), ma quello contenuto nelle linee programmatiche del sindaco (presentate e discusse in consiglio comunale subito dopo l’insediamento) che hanno l’indubbio vantaggio di essere più puntuali e organizzate per aree di competenza (assessorati), questo dovrebbe semplificare di gran lunga il lavoro.

Ci siamo resi subito conto però che l’analisi delle linee programmatiche presupponeva un lavoro di approfondimento rigoroso e puntuale, impossibile da fare nei tempi brevi che ci separavano dalla giornata odierna. Abbiamo quindi girato questa idea, nata dal gruppo, alla giunta ed alla maggioranza, con l’intenzione di fare il lavoro di verifica tutti insieme. Abbiamo ottenuto l’ok di Marco, il consenso degli assessori e delle forze politiche della coalizione.

Il lavoro ipotizzato sarà quindi avviato insieme alla maggioranza, si cercherà di fare un’analisi delle linee programmatiche, assessorato per assessorato, per cercare di capire quali obiettivi sono stati raggiunti, quali no e soprattutto per quali motivi. Se voi siete disponibili pensavamo di condividere pubblicamente alcuni passaggi del lavoro, ciò al duplice scopo di favorire la partecipazione rispetto all’analisi e di tentare attraverso il coinvolgimento di riconnettere il gruppo consiliare con il movimento di persone, voi, che lo avevano sostenuto in campagna elettorale.

Oggi tentiamo un bilancio, quindi più approssimativo sicuramente meno rigoroso, senz’altro meno analitico, più olistico e legato alla pancia, alle nostre percezioni. Si diceva quindi tempo di bilanci in una fase difficile, per noi, che siamo, non solo “sinistra di governo” come spesso si dice, ma “sinistra al governo” con tutta la complessità del caso, a partire dalla necessità di conciliare idealità, valori, real politik e necessari compromessi. Per quanto si sia consapevoli che la politica è l’arte di costruire mediazioni vantaggiose, nei passaggi più delicati (gronda, galliera, privatizzazioni, partecipate) essere costretti al compromesso ci ha messo duramente alla prova, ha provocato qualche mal di pancia e, in alcuni casi, una vera e propria sofferenza soggettiva, che ha messo in forse la stessa tenuta del gruppo.

Come sapete, la fase è molto difficile anche per la giunta e per la sua maggioranza: la situazione di debolezza è tradita dai numeri cronicamente insufficienti, da un’impopolarità crescente, da difficoltà oggettive legate alle risorse drasticamente ridotte, da un’eredità pesantissima. Inutile negarlo a volte si ha l’impressione di essere di fronte ad un compito impossibile.

A proposito di compiti, oggi il mio compito è proprio quello di tentare una sintetica analisi del contesto in cui ci muoviamo, provando a scegliere come angolo di visuale da cui osservare la situazione, il lato il programma per l’appunto. Cambiando punto di vista dell’osservatore, cambia anche l’analisi: da un lato c’è un programma, dall’altro ci sono gli obiettivi, in mezzo c’è il contesto dato e gli strumenti che condizionano il loro raggiungimento. In altre parole, cosa favorisce e che cosa ostacola la loro realizzazione? Quindi, di seguito, per “strumenti” intendiamo anche sindaco, giunta, assessori, maggioranza, struttura, partiti della coalizione di governo.

Sul piano del contesto politico, economico e sociale, come sappiamo, sono all’opera potenti fattori strutturali che condizionano in modo fortemente negativo il quadro in cui ci muoviamo, ciononostante, visto che siamo in un’epoca di personalizzazione della politica, anche il fattore soggettivo dei processi ha un peso non trascurabile, forse più di quanto l’abbia mai avuto in passato. L’analisi cercherà di tenere conto, sinteticamente, di entrambi gli aspetti.

Siamo nel mezzo una crisi economica durissima, forse la più seria mai vista da quasi un secolo, che si intreccia con problemi strutturali che il nostro paese deve affrontare, in particolare la questione del debito pubblico. Negli ultimi anni le politiche del rigore hanno scaricato la crisi del debito quasi interamente sulle amministrazioni locali: al comune di Genova sono mancati da quando siamo in consiglio 180 milioni di euro, circa un quarto delle entrate.

È come se un capo-famiglia che lavora da solo e che porta a casa un reddito di 1600 euro, si trovasse improvvisamente a guadagnarne 400 di meno, è evidente che la spesa della famiglia non può che drasticamente ridursi. E’ molto difficile amministrare senza risorse, uno dei primi obiettivi che possiamo vantare, forse quello più importante, ma anche il meno visibile, è quello di aver difeso, con un certo successo, vista la situazione, i servizi ai cittadini con le unghie e con i denti.

Si diceva compito impossibile, fase durissima, eredità pesante, il tutto in una fase in cui anche il quadro sociale è stato profondamente modificato dalla crisi. Se una volta si poteva dire, schematizzando, che chi aveva bisogno di aiuto, i “marginali”, era circa un terzo della popolazione, ora ci troviamo a che fare con soggetti, prima inclusi ora “vulnerabili”, potenzialmente a rischio di emarginazione, pari a circa i due terzi del corpo sociale. Ciò accentua ancora di più la contraddizione tra bisogni emergenti e risorse calanti.

In un quadro di questo tipo sembra, quasi impossibile fare politica, se per politica intendiamo il migliore utilizzo delle risorse disponibili in funzione di obiettivi prioritari legati alla propria visione del mondo. La grave limitazione delle disponibilità fa saltare sia la possibilità di fare politiche che le necessarie mediazioni tra interessi, magari divergenti, ma spesso del tutto legittimi. Risultato per cercare di tenere tutto si fa scontenti tutti.

Altro elemento di difficoltà è l’instabilità del quadro politico. Noi siamo figli della primavera arancione di una stagione che aveva visto una chiara affermazione del centro-sinistra e, contestualmente, un significativo successo della sua componente di sinistra (nel nostro caso, 19% e 9 consiglieri, 10 con Possibile), sostenuta da una spinta riformatrice e da una voglia di partecipare, di impegnarsi, che aveva generato molte aspettative.

Nel frattempo, il comportamento nelle urne si è fatto molto mobile, il consenso si sposta rapidamente, c’è molta incertezza, l’elettorato non è fedele e non conferma le scelte precedenti: se alle amministrative del 2012 la vittoria era andata al centro-sinistra, l’anno dopo, alle politiche del 2013, i cinque stelle erano il primo partito, mentre il 2014, alle europee è l’anno di Renzi e del Pd al 41%, questanno le regionali del 2015 ci consegnano una lega vincente e l’astensionismo ai massimi livelli (che supera il numero di votanti).

Sembra essere passato un secolo, ma sono trascorsi solo tre anni. Il consenso di allora sembra volatilizzato. Certo, l’essere associati ad un’esperienza di governo locale, dai caratteri controversi, ha fatto scendere verticalmente la nostra popolarità, ma su tutto, il problema più serio che si è generato nel frattempo, è quello di una crisi, grave e apparentemente irreversibile, del progetto politico che ci ha fatto vincere nel 2012.

La crisi del centro sinistra si è consumata attraverso una forte polarizzazione tra posizioni che ha visto protagoniste le due componenti principali della maggioranza (pd e sinistra). Si è, del resto, assistito ad una profonda involuzione, anche antropologica, del maggiore partito della coalizione. In questo momento, si fa capire fatica a capire se il centro-sinistra possa essere proposta di governo per il futuro, le distanze sembrano siderali.

Si diceva degli strumenti necessari per realizzare gli obiettivi contenuti nel programma. I partiti (tutti, anche il Pd, per certi versi, l’unico partito con una struttura degna di questo nome) attraversano una grave crisi, resa evidente dalla riduzione progressiva dei militanti, dalla scarsa fedeltà dell’elettorato. Si è molto indebolito il loro rapporto col territorio, che si fonda, nelle mutate condizioni, su legami sempre più deboli. Ne emerge una sostanziale incapacità a fare mediazione e sintesi. Ruolo essenziale giocato dai partiti in passato in quanto “corpi intermedi” tra cittadini, amministrazione e governo della città. Indeboliti da continue guerre per bande, vengono travolti da interessi particolari, il potere personale prevale sull’interesse generale e finiscono per essere subordinati a logiche corporative. Stesso destino anche per il sindacato alla parossistica ricerca di tessere e consenso, apparentemente incapace di anteporre agli interessi parziali una visione strategica di lungo periodo (vedi querelle partecipate).

In conclusione, i corpi intermedi non riescono a essere “cinghie di trasmissione” tra territorio e amministrazione, né a garantire il collegamento fra esperienza di governo e cittadini ed il consenso necessario. Se i partiti fanno fatica, altre forme di comunicazione, dialogo, creazione di occasioni di dibattito e di consenso al momento non emergono. Non siamo riusciti a dare continuità alle forme di partecipazione nate con elezioni. I comitati, perso l’oggetto concreto di azione, sono progressivamente evaporati (anche lesperienza di Genova Bene Comune è da tempo in forte sofferenza). Non siamo riusciti a sostenere, per responsabilità di tutti, l’esperienza di partecipazione civica e di impegno sviluppata con le elezioni di Doria, il fatto che il sindaco abbia, subito dopo il risultato elettorale, licenziato i suoi manipoli (perché era il sindaco di tutti e la partita era vinta) non ha certo aiutato.

L‘altro strumento che dovrebbe presiedere alla realizzazione del programma è la maggioranza. Si diceva che il centrosinistra rischia di essere morto, comunque non è in salute. Le tensioni interne nella coalizione, sono sempre più evidenti, il pd partito principale della maggioranza, è molto cambiato. Nel 2012 era il partito di Bersani e di Italia bene comune, nel 2014 è il partito pigliatutto di Renzi che ha la tentazione di diventare partito della nazione. In due anni è cambiato completamente l’approccio alla coalizione di centrosinistra del partito di maggioranza relativa, assieme alla voglia di fare da solo, senza intralci e resistenze demagogiche.

Si diceva delle “diverse antropologie”, a partire dagli eletti, abbiamo subito incontrato difficoltà a dialogare, si è fatta presto strada la sensazione che si fosse creata una distanza importante sul pano dell’esperienza, della cultura e dei valori di riferimento. C’è da dire, inoltre, che il partito democratico non ha mai dimostrato di essere in grado di elaborare, fino in fondo, la sconfitta alle primarie. Non ha metabolizzato il suo ruolo mutato con una significativa rinegoziazione (a suo sfavore) dei rapporti di forza allinterno della coalizione. Il resto lo ha fatto lesclusione dalla giunta di alcuni suoi uomini di punta.

Risultato sono passati tre anni e, a partire dalle difficoltà iniziali, non si è riuscito ad elaborare un pensiero condiviso e le occasioni di confronto sono state molto poche. Si sconta il fatto che si sono fatte poche maggioranze, del resto il gruppo maggioranza è un gruppo difficile. Lo stesso sindaco sembra non sempre in grado di esercitare fino in fondo la funzione di coordinamento, il suo compito in più occasioni è di fatto impossibile. Non credo però che vi sia solo un limite legato al metodo e alla gestione del gruppo, a volte si ha la sensazione che sia stato generato una sorta di cordone sanitario tra i due gruppi, proprio per impedire il dispiegarsi del dialogo. Lo schema amico-nemico, la proiezione della colpa, la semplificazione delle posizioni, facilitano il governo dei gruppi (soprattutto quando si è deboli) impedendo che si creino pericolose contaminazioni. Risultato: si impoverisce la capacità di generare nuovi apprendimenti, si inibiscono i processi cognitivi.

In conclusione, le posizioni su temi importanti e non negoziabili restano molto distanti: ambiente, grandi opere, sviluppo, privatizzazioni. Ma l’esempio più plastico si è realizzato, di recente, con l’emergenza Turati in riferimento alle politiche di integrazione che hanno palesato una sorta di svolta da parte della dirigenza pd, tendenzialmente sicuritaria, figlia di un mutamento di prospettiva culturale, dettata della apparente necessita di inseguire il consenso dei ceti medi impoveriti (che ormai si rivolgono alla Lega nord ed alla destra).

Altro “strumento” decisivo per la realizzabilità del programma è, ovviamente, il sindaco. Come è noto, si è aperta una fase nuova, prevista dalla normativa, con il progressivo accentramento del potere decisionale nelle pubbliche amministrazioni (dai consigli, ai sindaci, alle giunte). Ci sono molte polemiche su chi decide cosa, ma gli orientamenti prevalenti nellarchitettura istituzionale danno sicuramente più potere alla giunta, mentre il consiglio resta un organo di indirizzo. È un epoca di “uomini soli” al comando, dotati di un grande potere discrezionale accentuato dalla crisi di consenso e di credibilità dei partiti.

Il sindaco, ha molte qualità personali è una persona non comune: onesto, corretto, intelligente, preparato, un ottimo incassatore. Gli mancano, tuttavia, alcune “competenze” che in certe situazioni diventano limiti della sua azione. Esercita un forte controllo, sostenuto da un grande senso di responsabilità personale, è tendenzialmente un po’ troppo accentratore, non riesce sempre a lavorare efficacemente sulle dimensioni del lavoro di gruppo e del creare squadra, tende a lasciare poco spazio agli altri, delega poco. Limiti che probabilmente gli derivano anche dalle sue esperienze sul fronte del lavoro universitario, dove il processo produttivo è centrato sulla persona del docente e sul suo rapporto diretto con gli utenti-discenti (tutto il resto è una funzione di staff, ciò che rende possibile il momento effettivo della produzione nel servizio).

Una serie di scelte, fra cui la scelta della squadra di governo, sono scelte attribuite istituzionalmente al sindaco e per quanto il processo del “toto nomine” sia stato spesso descritto come fortemente condizionato dai partiti, in realtà Marco ha scelto da solo. Scegliere in solitudine, tuttavia, non significa sempre fare scelte giuste. Gli assessori sono tutte persone competenti e corrette sul piano etico, relativamente slegate dai partiti. In molte occasioni, tuttavia, pagano questa poca esperienza politica e spesso tradiscono, in alcune occasioni, poca visione strategica. Forse anche in relazione a questa apparente debolezza (in alcuni casi anche personale) viene spesso delegato un ruolo (troppo) significativo alla struttura del comune che è altro elemento critico nella realizzabilità del programma, forse il principale.

Il processo di riforma della macchina amministrativa è inversamente proporzionale all’autorevolezza della giunta e dei suoi assessori. Più visione strategica, più determinazione c’è sul piano della politica e del progetto, maggiore è la capacità di condizionare la struttura. Viceversa meno autorevole, meno competente, meno determinato è l’assessore (e con lui la politica) più ci si appoggia, nel bene e nel male, alla struttura e più potere assumono i funzionari che sono gli unici depositari della competenza tecnica (quando il know-how non è stato completamente esternalizzato e ceduto ai “gestori” od alle società partecipate). La struttura tradisce, per definizione, una forte resistenza ai cambiamenti. Sembra essere scarsamente riformabile almeno sul breve periodo (ci sarebbe forse bisogno di più tempo). Come si dice spesso nei corridoi, “la politica va, la struttura resta”, per questo detiene un potere molto ampio, che, in alcuni casi, è superiore a quello degli assessori. Si può forzare la mano si, ma solo se la politica dimostra di essere più forte ed il progetto riformatore ha la determinazione sufficiente a produrre il cambiamento.

Ultimo elemento su cui soffermarsi, è la questione della comunicazione. Nella migliore tradizione della sinistra (e la nostra giunta ha fatto, questo punto di vista pochissimo o nulla) il problema viene scarsamente presidiato e pericolosamente sottovalutato, una sorta di peccato originale che scontiamo pesantemente. Visto il quadro molto difficile e la fortissima contrazione delle risorse a disposizione, informare è ancora più decisivo. Sia per condividere la ratio delle decisioni, che a volte non si comprendono immediatamente, sia perché, vista la gravità dei problemi, non risultano sempre del tutto in linea con le aspirazioni e i principi. E assolutamente necessario comunicare, infine, per valorizzare i risultati, per condividere le difficoltà esistenti, per favorire la partecipazione.

Gli strumenti comunicativi sono decisivi nel rapporto con i cittadini soprattutto se mancano altri canali, se non si fa nulla, sono i media ad averne il compito esclusivo, al punto che è l’informazione a “co-costruire” la realtà e la percezione che i cittadini hanno della situazione. Come è noto, le guerre si combattono anche attraverso l’uso dell’informazione. Si parla, non a caso, di “information warfare”, l’informazione, il condizionamento delle opinioni pubbliche, diventa essa stessa un vantaggio militare e strategico, purtroppo la battaglia dell’informazione l’abbiamo persa del tutto.

Altro problema è quello della partecipazione, che è strettamente intrecciato a quello dell’informazione e della comunicazione e ne è una possibile evoluzione (senza informazione e consapevolezza dei problemi la partecipazione rischia di essere persino disfunzionale o comunque impossibile). Si è stati eletti anche perché la nostra narrazione, in quanto membri attivi della società civile, promuoveva la “partecipazione dei cittadini come elemento fondante dell’azione politica. A cosa si deve tutta questa timidezza nel realizzare iniziative in tal senso?

Abbiamo picchiato il muso contro il prevalere di interessi particolari ed egoistici. Quando la legittima tendenza a cercare di influenzare le decisioni non promuove il bene comune ma si trasforma in egoismo, quando i comitati diventano la forma in cui si organizzano interessi particolari, spesso nel totale disprezzo dell’interesse generale (alla fine andrebbe anche bene tutto ma “non nel mio giardino”) e quando gli interessi non vengono mediati dai corpi intermedi, la partecipazione e la democrazia diretta si esprimono senza regole, sul consiglio e sui decisori si scaricano senza contenimento, tutte pulsioni ed i particolarismi, allora la partecipazione comincia ad essere vissuta come un problema e non come una risorsa.

Si diceva, che nel 2012, il sindaco, subito dopo le elezioni (al Cap, nel corso di un assemblea pubblica, davanti 4-500 persone appassionate), ha “licenziato i suoi manipoli”. In sintesi ha detto ai presenti andate e fate (da soli) che io ho da fare il “sindaco di tutti”. Purtroppo, come era facile prevedere, senza leader, senza oggetto, senza connessione con l’esperienza amministrativa, senza manutenzione sistematica delle relazioni, progressivamente i comitati per doria si sono più o meno dissolti (con alterne vicende, i comitati tecnici o almeno alcuni loro componenti ci hanno continuato a supportare in alcuni passaggi critici). Anche il rapporto della Lista con gli elettori si è, nel tempo, molto indebolito. Abbiamo fatto, come sapete, qualche tentativo, ma non siamo riusciti “a tenere” e a farlo diventare sistematico. Siamo rimasti soli, con poco legame col territorio.

Se il tasto della partecipazione è diventato difficile da maneggiare, pur rimanendo un nervo scoperto, una sorta di ferita aperta, nel nostro piccolo, anche noi, abbiamo fato meno di quanto era nelle nostre intenzioni. Certo siamo stati travolti dalla complessità del compito, dall’insufficienza delle risorse, dalla difficoltà di tenere il fronte, anche in considerazione della nostra inesperienza, ma abbiamo colpevolmente disinvestito dalla dimensione della condivisione e della connessione perdendo contatto con chi ci aveva sostenuto partecipando attivamente alla campagna elettorale. Detto questo cerchiamo, con oggi, di voltar pagina, nel tempo che ci resta, stabilendo con voi un calendario di incontri, come ci siamo detti, a partire dalla verifica del programma.Potrebbe emergere un lavoro condiviso fatto sia con la giunta sia con la maggioranza ma anche partecipato con voi, ne parleremo più avanti.

Si diceva eredità e futuro, ripartiamo dalle domande sul programma, cosa ci portiamo a casa in termini di risultati, su quali obiettivi  si può concentrare gli sforzi? Ma la vera domanda aperta, visto che il tempo corre, è quale futuro si prospetta, come e a chi trasmettiamo l’eredità dell’esperienza politica della lista civica? Il primo problema di prospettiva che abbiamo è quale progetto intendiamo sostenere, visto che siamo legati ad una storia che sembra superata dai fatti. Non è detto che ci sarà un centro-sinistra in campo, ma se non c’è un progetto di centro sinistra, la sinistra si candida a stare, da sola, all’opposizione?

Altra questione è il futuro prossimo, cioè come arrivare a fine mandato (se non ci mandano a casa prima). La sinistra più “radicale” si è chiamata fuori dall’esperienza di governo, il pd è sull’orlo di una crisi di nervi e sbanda paurosamente, facciamo fatica anche a garantire il numero legale. Abbiamo sempre più bisogno sia dell’appoggio degli ex-idv (e fin qui, se ci stanno, no problem, si sono presentati con noi in campagna elettorale) ma anche degli udc (e questo dal punto di vista del progetto politico è molto più scivoloso).

Le prossime sfide che dovremo affrontare a breve sono importanti: il bilancio prevede due fasi, subiamo un ulteriore taglio da parte del governo, la prima, con l’approvazione del bilancio, ora a luglio (con le poste ridimensionate per uscire dalla gestione in dodicesimi), la seconda, che prevede una variazione di bilancio (visto che è prevedibile l’integrazione del fondo di compensazione che nel frattempo è stato approvato), poi sempre a fine luglio lapprovazione del Puc, per finire con la questione partecipate (già affrontata con la delibera sul riordino e sulla gestione del personale) e le questioni legate a Amiu e Amt che restano sul tappeto, ci avviciniamo alla resa dei conti (la situazione evolve drammaticamente verso il fallimento, presto sarà all’ordine del giorno l’ingresso dei “capitali privati” nelle aziende) anche questa sarà un una sfida difficile da affrontare. Ai posteri l’ardua sentenza.

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