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Lucio Padovani

Genova può tornare ad essere un laboratorio politico (per la sinistra)?

in Varie

Genova 9.05.2013 - Evento “FAI LA COSA GIUSTA!”

Genova può tornare a d essere essere un laboratorio politico?

La vittoria del sindaco Marco Doria è soprattutto espressione dell’impegno comune delle forze progressiste in città. le primarie sono state vinte (contro due candidati di peso del PD), abbiamo un sindaco di sinistra e sull’onda del successo (con un effetto di trascinamento) i risultati elettorali delle amministrative 2012 hanno reso possibile una significativa affermazione  delle forze di sinistra. La lista civica che porta il nome del Sindaco è volata al 12%  (ed è il secondo partito per numero di consiglieri) mentre SEL è al 5%. Se la somma listadoria e SEL (abbastanza legittima per evidenti affinità elettive tra i due gruppi) ci porta  al 17%,  quando al calcolo aggiungiamo anche FDS (al 2%), si arriva comodamente intorno al 20%.  In sintesi, le  elezioni amministrative genovesi, meno di un anno fa, hanno assegnato alle forze di sinistra alternative al PD (e quindi sulla carta potenzialmente coinvolgibili, sin da subito, nella costruzione di un “cantiere” della sinistra) una presenza significativa in consiglio comunale.

A distanza di meno di un anno, tuttavia,  il risultato si è ribaltato, mentre la “sinistra possibile”  è stata fortemente ridimensionata dalle politiche (ed il consenso raccolto con le amministrative si è volatilizzato), il voto di protesta  è stato intercettato dal movimento cinque stelle (che è diventato il primo partito a Genova e in Liguria, passando dal 14% al 30%). La “sinistra”, al contrario, ha rastrellato appena il 6% (-14% rispetto alle amministrative, -20% se si tiene conto che di IDV si candidava, almeno sulla carta, con Rivoluzione Civile). Il PD pur non vincendo ha recuperato, in parte, il  consenso perso nel turno precedente (forse per effetto del martellante richiamo al voto utile, passando dal 25% e al 28,5%), mentre SEL lo ha perso (è scesa al 3,5%) e RC, che pure ha messo insieme, almeno sulla carta, più partiti non ha superato il 2,5 (in linea teorica IDV+FED erano all’8% alle amministrative). Insomma, se le elezioni amministrative ci hanno consegnato, meno di un anno fa,  una sinistra  vincente, le politiche ci mettono di fronte ad un evidente fallimento della sua “offerta politica”.

Né SEL né RC hanno raccolto la voglia di protesta ed il bisogno di cambiamento, perché? Rispetto al “potenziale” intercettato nelle amministrative (e perso nelle politiche), le proposte politche delle  due formazioni di sinistra sembrano non aver convinto l’elettorato (potenziale). SEL inseguendo il PD (che  ha tradito sin da subito un’attrazione “fatale” per il centro) ha disorientato l’elettorato di riferimento,  e insistendo troppo sul voto utile ha fatto almeno parzialmente karakiri (ha preso i parlamentari, ma ha dimezzato i consensi, meglio l’originale in fin dei conti).   Rivoluzione Civile (nonostante un programma radicale e di sinistra) non è stata “percepita” come un soggetto politico nuovo, dotato di una  proposta in grado di rompere gli schemi del passato, ma  piuttosto  come una “sommatoria” poco coerente di partitini che stanno insieme solo per non farsi buttare fuori dal Parlamento.

Da questo punto di vista, se si vuole riformare e rifondare la sinistra, l’analisi della situazione politica genovese può essere effettivamente un utile osservatorio. A Genova, alle amministrative, gli effetti positivi di un possibile “cantiere” di una sinistra “aperta e plurale”, fortemente connessa alla società civile ed in grado di coglierne le aspirazioni e trasformale in proposta politica, si sono già visti. Così come si sono pagati gli effetti negativi dell’assenza di una convincente proposta “unitaria” e di “sinistra” alle politiche. Si tratta, in poche parole, di mettere insieme le forze, riprovare a “fare rete” ed andare subito alla ricerca del consenso perduto anche a costo di mettersi radicalmente in discussione.

La seconda questione è di metodo: per quanto il dibattito, sulla reale utilità del  leader carismatico come soggetto in grado di creare identificazione, aggregazione e consenso, sia controverso e aperto.  Colpisce il dato che entrambe le formazioni di sinistra (l’unica eccezione meritoria è il PD, ma l’assenza di coerenza interna non depone a suo favore) hanno nel simbolo  scritto in bella evidenza il nome del capo. c’è da chiedersi, tuttavia, se l’elettorato di sinistra sia realmente attratto dalle parole e dal carisma del leader? In altre parole, il leaderismo è un male necessario, in un’epoca di comunicazione semplificata, o un effetto deleterio e patologico dell’egemonia anche “culturale” del berlusconismo?

A giudicare dai risultati, la “narrazione vendoliana” (e Vendola è sicuramente un buon comunicatore) sembra aver avuto un effetto richiamo abbastanza limitato, SEL non è riuscita ad uscire da una posizione di minorità (alla sconfitta delle primarie del centrosinistra, segue il mancato raggiungimento del quorum). Nel caso di rivoluzione civile, le parole ed “il corpo” del leader (anche forse in considerazione delle scarse capacità comunicative di Ingroria), hanno avuto sullo elettorato un effetto praticamente nullo (benché l’uomo sia sicuramente di spessore).

In ogni caso, entrambe le formazioni alla fine, forse anche per ragioni di opportunità, hanno  messo  in campo metodi di “governance” interna che sono sembrati vecchi ed egemonizzati dalle gerarchie di partito, che hanno allontanato, piuttosto che avvicinare (anche chi aveva voglia di partecipare e di coinvolgersi).  Se SEL ha almeno l’attenuante delle primarie (che ha gestito però male, visti i mal di pancia che si sono generati al suo interno),  Rivoluzione Civile (anche in relazione alla fretta con cui si è costituita) si è limitata a far calare le decisioni dall’alto (senza neanche rispettare le “sensibilità territoriali” nella scelta dei candidati) ottenendo un effetto immagine negativo (ci si è cominciati a separare ancor prima di essere partiti) che ha allontanato invece di avvicinare i simpatizzanti potenziali interessati al progetto.

Tornando al “caso” Genova. Senza dubbio l’elettorato di sinistra si è riconosciuto nelle qualità umane e personali di Doria (in quanto “simbolo” del cambiamento auspicato che si materializza), ma ha dimostrato di apprezzare (e ora ne chiede conto) anche una certa dose di  coinvolgimento, reso possibile dall’uso di metodi inclusivi e partecipativi, lasciandosi “sedurre” dalle speranze ri-accese, dalla stagione dei comitati e dalla cosiddetta “primavera arancione”, di cui la listadoria è l’espressione politica. Genova, è forse l’unica esperienza in Italia in cui, in una grande città, una “lista civica” è diventata  il secondo partito per numero di eletti. Nata molto in fretta, la LD è stata premiata da un risultato elettorale positivo aldilà di ogni più rosea previsione, al punto di avere un consenso molto più ampio di quello intercettato delle formazioni “storiche” della sinistra. La lista deve però gran parte del suo straordinario successo al sostegno determinante dei “comitati x Doria”, che, a partire dalle primarie e dopo nella campagna elettorale, si sono dimostrati un formidabile strumento partecipativo, in grado di favorire il  coinvolgimento attivo delle migliori forze della società civile nell’impresa di cambiare la città.

Il laboratorio Genova, alla luce dei risultati conseguiti, sembra in grado di fornire alcuni indirizzi utili per il lavoro del futuro “cantiere” della sinistra: il primo è che le modalità di decisione e di governo delle organizzazioni politiche devono essere il più possibile partecipate trasparenti e coerenti con i valori dichiarati,  il secondo è  che il coinvolgimento attivo dei cittadini e della “società civile” si favorisce attraverso“luoghi” e “strutture” della partecipazione che devono avere un forte  radicamento territoriale.

La terza riflessione riguarda ancora il metodo e ha che fare con una patologia evidente che sembra scritta nel DNA della sinistra. La spinta a dividersi e a frammentarsi ha ormai assunto i caratteri di una patologia collettiva. Patologia le cui origini, probabilmente, si collocano lontano, agli albori del movimento operaio e socialista (la diaspora comunista, il leninismo e via via per ulteriori frammentazioni successive tutte realizzate in nome del proletariato sovrano), Tendenza “divisiva” che se ha perso buona parte delle sue ragioni di essere (quasi nessuno richiama tra i suoi obiettivi la “dittatura del proletariato”), sembra continuare a manifestare i propri effetti deleteri come una sorta di principio organizzatore delle relazioni e delle posizioni all’interno del nostro campo, con forti tratti di “coazione a ripetere”.  Questa tendenza a dividersi, a sottolineare ed esacerbare i motivi di distinzione, piuttosto che quelli di convergenza pongono un problema di metodo, un problema decisivo di “tecniche” capaci di favorire la gestione e il governo di processi collettivi (che per definizione si vorrebbero inclusivi e partecipativi).

E’ un problema molto serio perché se la sinistra (che non c’è) vuole vincere deve essere “inclusiva e plurale”, deve saper connettere più soggetti, fare rete, coinvolgere i movimenti e la società civile, trovare il modo di costruire percorsi e processi in grado di aumentare il grado di condivisione e la capacità di fare emergere (e difendere) le ragioni dello stare insieme, esplicitare i valori, la visione comune. Le metodiche per la costruzione di un cantiere di sinistra devono essere esplorate ed approfondite utilizzate allo scopo di far emergere il fattor comune, il massimo comune divisore,  quello che unisce piuttosto che quello che divide, perché a trovare quello che ci divide ci riusciamo benissimo da soli.

Le differenze, che sicuramente ci sono, devono senza dubbio potersi confrontare liberamente, ma bisogna saper affrontare il conflitto tra le idee senza mettere in discussione l’appartenenza ad un “campo comune”, sviluppando capacità di negoziazione, di mediazione e di sintesi. Si può avere opinioni differenti ed allo stesso tempo continuare a trovare le ragioni dello stare insieme, perché si condivide  una comune visione del mondo e si cerca di difendere interessi comuni (come ci insegnano il quarantennio di egemonia democratico-cristiana e i successi della destra nel ventennio berlusconiano). Anche se si è minoranza, si può continuare giocare la partita senza abbandonare la “casa comune” ed aspirare, legittimamente, attraverso un ampio e aperto, franco confronto di idee e la libera circolazione delle informazioni e aspirare a diventare maggioranza senza tradire l’appartenenza allo stesso contenitore organizzativo se la visione ultima è forte e condivisa.

Una sinistra in grado di promuovere stili dialoganti, accoglienti ed inclusivi,  in grado di promuovere processi aggregativi e partecipativi, in grado di tutelare l’effettiva democraticità delle proprie strutture organizzative, e capace al tempo stesso di maneggiare tecniche e metodi coerenti con questa impostazione, può candidarsi a raggiungere le percentuali che a Genova sono già state raggiunte nel 2012. Se il “cantiere” in allestimento riesce a produrre un’offerta politica convincente, coerente ed integrata, non ideologica, possiamo candidarci a tornare a contendere il consenso al movimento cinque stelle e ritrovare i “numeri” perduti, ma bisogna fare in fretta.  Abbiamo disperatamente bisogno di una drastica inversione di tendenza, che ci restituisca la possibilità di influenzare significativamente le scelte politiche che si stanno realizzando a livello nazionale, insomma, per dirla con le parole che il povero Bersani ha ripetuto come un mantra, abbiamo bisogno di un governo del “cambiamento”. E’ evidente che se ci fosse stata in campo una sinistra di questo tipo (anche senza bisogno di un’affermazione larga come quella di Genova, semplicemente una sinistra-sinistra del 10%) è molto probabile che non saremo qui a subire le conseguenze delle decisioni sciagurate di un governo delle “larghe intese”. Una sinistra-sinistra al  20% può però proporsi di condizionare radicalmente le politiche sia a livello locale (come già succede da noi) sia, come è ormai ampiamente necessario, per il bene del paese, anche a livello nazionale.

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