Ambiente / Diritti / Beni comuni

Lucio Padovani

Intervento in I commissione: “Piano di fabbisogno del personale del Comune” (14.11.2016)

in Varie

 

“Ci troviamo di fronte a due narrazioni, quella dell’Assessore e quella del Sindacato, completamente divergenti. Hanno in comune una sola cosa, stanno parlando entrambe di “servizio pubblico” che, in linea di principio, dovrebbe coniugare efficacia ed efficienza e garantire, ad un costo conveniente, un’offerta di qualità al cittadino-utente. E’ proprio intorno al controverso rapporto tra  qualità ed efficienza che si gioca la partita vera.

Tuttavia, per capire a fondo il problema e trovare le soluzioni abbiamo bisogno tutti quanti (decisori e sindacato) di fondare le analisi su dati certi. Dati che non sempre, come in questo caso, sono disponibili e, quando lo sono, sono spesso comunicati (colpevolmente) in ritardo. Bisognerebbe impegnarsi ad informare di più e meglio se si vuole sul serio condividere le scelte.

Sono dell’idea che la responsabilità delle decisioni, proprio perché si parla di servizio pubblico, sia da assumere,  in nome dell’interesse generale,  aldilà dei reciproci ruoli, nella forma più condivisa possibile. Poi è chiaro che all’interno della normale dialettica democratica ognuno farà il suo gioco, il sindacato farà il sindacato e l’amministrazione farà l’amministrazione.

Sarebbe bene però che, le valutazioni, come dicono gli svedesi, fossero il più possibile “basate su evidenze”. Nel suo intervento, Cavanna (Cgil) ci ricordava, giustamente, che i numeri hanno “la testa dura”. Sono del tutto d’accordo, l’immagine è efficace, è vero, i numeri hanno la testa dura, però se vogliamo farci un’idea chiara ed il più possibile  completa della situazione sarà il caso di prenderli in esame tutti quanti.

Parto da alcune considerazioni note. Siamo al quarto bilancio (forse al quinto, pur essendo stati eletti nel 2012, abbiamo “chiuso” anche quello 2011), tutte le volte che l’assessore Miceli viene in aula ripete  lo stesso racconto: nell’ultimo anno il Comune di Genova ha avuto meno trasferimenti dallo Stato (nel 2016 siamo arrivati a -165mln, su un bilancio di 800 e rotti, tanti, si tratta di un taglio del 20%), in base ai “costi standard” (cioè ad un calcolo fatto dallo stesso governo in funzione di  una serie di variabili: il numero di cittadini, le caratteristiche della popolazione e del territorio, il grado di “sfiga”, ecc.) avrebbe un “fabbisogno” di risorse superiore di almeno 80 milioni rispetto a quelli che ci vengono effettivamente versati. Altro problema, il comune di Genova è fortemente indebitato, il debito è  arrivato a toccare la somma di ben 1,4 mln di euro (debito che, in questa gestione, si è ridotto di 200 milioni circa) la cosa certamente non aiuta.

E’ evidente che ci troviamo di fronte ad elementi “strutturali” del bilancio di cui bisogna per forza tenere conto, sono vincoli, non possiamo certo fare finta che non esistano. Questo è il contesto, questi i dati di realtà che devono essere assunti responsabilmente da tutti gli attori in gioco, dopo magari cercheremo di misuraci sulle soluzioni, ma intanto questo è quanto.

Come abbiamo fatto a compiere il “miracolo” di fare tornare i conti? Cosa dice Miceli a proposito? Si sono ridotti i costi di gestione, si è fatta un po’ di spending rewiev si sono contenuti gli investimenti, si è tratto qualche vantaggio (indiretto) dalla riduzione dell’indebitamento, ma soprattutto si sono ridotti i costi del personale. Sono queste minori spese che hanno permesso di tenere i conti in equilibrio.

Questi dati sono stati ripetuti tutti gli anni, bilancio dopo bilancio, la situazione non si  è determinata da un momento all’altro ma si è realizzata progressivamente, nel corso del tempo. Quello che quindi non si può fare è provare a dire, come hanno provato a fare alcuni colleghi, che non si sapeva. Non possiamo far finta di cascare dalle nuvole, sono dati di cui noi siamo a conoscenza da tempo, ma tant’è, tutte le volte che veniamo qui e la situazione si fa potenzialmente conflittuale, sembra sempre che caschiamo dal pero.

Capisco invece, un po’ di più, l’apparente sconcerto del sindacato. Effettivamente il dato sulla contrazione degli organici è eclatante, siamo oramai alla cifra di ben 832 lavoratori in meno. Come ci si è arrivati? Per ridurre i costi non si è più praticato il turn over del personale. Certo ci sono stati anche vincoli esterni (il patto di stabilità, la norma che obbliga i comuni a sostituire solo il 25% i lavoratori in uscita per pensionamento), insomma ci sono una serie di concause, non dipendenti dalla volontà della giunta, però alla fine il dato reale è questo. Il taglio si è fatto talmente rilevante che si può ormai  parlare di una riduzione dell’organico complessivo del Comune intorno al 15%, una bella botta!

Non si può, a questo punto, non prendere atto che il sostanziale blocco delle sostituzioni, se ha permesso di mantenere in equilibrio i conti dell’ente, ha finito però per provocare una serie di problemi molto seri nella gestione delle risorse umane. Non sempre si è riusciti ad impiegare gli uomini al meglio e si è rischiato di lasciare sguarnito proprio il “fronte” dell’erogazione dei servizi ai cittadini, inoltre, l’età media del personale si è alzata esponenzialmente, con una serie di conseguenze evidenti, soprattutto in alcuni settori.

Bene, cioè male, però diciamoci una cosa con franchezza, in una congiuntura in cui le “risorse” disponibili sono drammaticamente limitate resta aperto il problema di come distribuirle per far fronte a tutte le legittime richieste. Alla fine il problema vero dei bilanci dei Comuni, soprattutto in questa fase storica più che in altre, è: quali voci di spesa hanno la priorità e vanno maggiormente tutelate? Insomma, a chi vanno i soldi?

Di recente, Rete a Sinistra, ha fatto un lavoro di confronto tra i bilanci dei principali comuni italiani sulla scorta dei “numeri” forniti dal sito di “Open bilanci”, una piattaforma pubblica  che restituisce i dati di tutti i bilanci delle principali città permettendo la comparazione della spesa. E’ un lavoro che, per certi versi, con un po’ di tempo a disposizione, poteva fare chiunque, perché l’hanno fatto loro e non lo abbiamo fatto noi? Probabilmente perché in Italia non c’è tanta abitudine a maneggiare i dati, troppo spesso si fa “politica” senza disporre di analisi rigorose in grado di orientare le decisioni, tutto sommato fare altrimenti non sembra essere nelle nostre corde, nella nostra cultura. E’ però del tutto palese che sapere come sono effettivamente distribuite le risorse, ci restituisce un piano di realtà che è utile a tutti. Allora proviamo a guardarli questi dati.

Genova, nonostante il consistente “dimagrimento” dei costi del personale, continua ad essere fra i comuni che spendono di più per la struttura amministrativa. Siamo al 109% rispetto alla media aurea di tutti i comuni considerati, sembra che ci servano più risorse per fare quello che gli altri fanno con meno. Molto probabilmente, senza la recente riduzione degli organici, il confronto sarebbe stato ancora di più impietoso. Abbiamo, storicamente, impegnato consistenti risorse sulla struttura, troppe. Per quale motivo? Siamo di fronte a  semplice inefficienza o ad  una sorta di patto “consociativo”?

Si può ragionare a lungo sulla storia e sulle cause, ma quello che si può comunque, al momento, concludere è che, verosimilmente, se non si è di fronte ad  un problema di “efficacia” (i servizi erogati ai cittadini ci sono) sicuramente si è di fronte ad un problema di ”efficienza” (le risorse necessarie per produrli sono elevate). Pur “senza essere tra i Comuni peggiori”, recita lo studio della Rete, il nostro ha una spesa per il personale che, in rapporto alla spesa corrente, è ancora all’incirca del 15% superiore al valore mediano. Ciò non vuole dire che la scelta necessitata sia per forza quella di tagliare il  personale, però è un dato di realtà da cui partire.

Altro dato significativo è quello dell’indebitamento (che incide sul bilancio annuale per un importo pari a 400 milioni annui), su cui un largo peso ha avuto la gestione, per certi versi, fallimentare delle aziende partecipate, ad esempio, colpisce, sempre in termini di analisi comparativa,  l’enorme investimento di risorse sul trasporto pubblico che non ha uguali in altre città. Il Comune di Genova spende, rispetto alla mediana, il 156%, si dice che siamo una città collinare ma il delta resta comunque troppo alto.

Questi evidenti squilibri, figli di scelte che si sono sedimentate nel corso del tempo, incidono negativamente su altre “voci di spesa” condizionando significativamente la struttura stessa del nostro bilancio rispetto a quello delle altre città: “Fatta 100” la mediana della spesa degli altri grandi comuni, spendiamo meno in istruzione, 89% su 100, meno in cultura, 75% su 100, meno in sport, 34% su 100, meno in welfare, 56% su 100 (fra le 15 maggiori città italiane siamo al 13° posto per quanto riguarda la spesa sociale), meno in prevenzione, addirittura 5% su 100 (pur sapendo che sono proprio le politiche orientate alla prevenzione che permettono di spendere meno e meglio), non a caso il nostro welfare è un sistema a forte prevalenza di “servizi obbligatori” di cura e di riduzione del danno, non di prevenzione.

Com’è possibile? E’ possibile perché le risorse sono sempre andate altrove. Non si può far finta di niente, se facciamo finta di niente i problemi restano tutti. I numeri sono testardi certo ma mettiamoli in campo tutti e confrontiamoci dati alla mano. Ci troviamo di fronte ad un dato di realtà duro da digerire ma, come dicevo, da assumere collettivamente come punto di partenza di ogni ragionamento.

Mi piacerebbe poter continuare a parlarne, perché le scelte legate alla pianificazione ed alla programmazione degli investimenti comportano una grande assunzione di responsabilità che deve certamente partire da un’analisi lucida, rigorosa della situazione reale ma che deve essere anche sostenuta da un aperto e franco dibattito pubblico, soprattutto se si vuole tendere alla ricerca di soluzioni il più possibile condivise e trasparenti, contendibili.

Ora detto questo, dentro margini che si fanno sempre più  stretti, bisogna fare uno sforzo per  capire cosa altro si può fare che non sia solo il taglio lineare che  scarica tutti i risparmi che si rendono necessari sulla spesa di personale del comune. Alla lunga, come si è visto, questa situazione diventa insostenibile. Ripeto quindi le cose che ho sentito e che mi sono sembrate di buon senso. Si possono applicare misure maggiormente selettive e fare scelte in funzione delle priorità? Ci sono sicuramente alcuni fronti che restano sempre più scoperti, per esempio, visto che lavoro nel sociale, so per certo che ci sono sempre meno assistenti sociali e che i servizi cominciano a non funzionare (o che si delega al privato sempre più interventi che prima realizzava il pubblico). Un’altra cosa da capire è se si può spostare effettivamente sul front-office una parte dei lavoratori che al momento sono impegnati nel back-office, con meno risorse umane a disposizione sul territorio non si riesce a dare servizi dignitosi ai cittadini. Probabilmente è quindi necessario fare scelte diverse, riposizionare le risorse in funzione delle effettive esigenze e delle priorità identificate.

Ultima cosa e chiudo, ci sono delle sperequazioni molto evidenti tra lavoratori ed anche questo è un dato evidente. I lavoratori del Comune di Genova sono fra quelli che hanno pagato di più la crisi, mentre il turn over non viene piu garantito, il contratto non è aggiornato dal lontano 2009. Viceversa, ci sono lavoratori che, nello stesso comparto, hanno redditi significativamente superiori, possono usufruire di “contratti integrativi”  e ricorrere stabilmente allo straordinario (anche quando le aziende sono in una situazione prefallimentare). Per questi motivi un ragionamento più complessivo sulla gestione del personale, pur nei limiti della rigidità della spesa e delle normative contrattuali (una volta che un diritto è acquisito è difficile metterlo in discussione) che tenda ad una maggiore comparazione di diritti, doveri e riconoscimenti sarebbe certamente utile allo scopo di tentare di “armonizzare” un po’ di più il sistema.

Non cediamo però,  lo dico al sindacato, alla tentazione di cadere nella facile demagogia. Non si può dire, come hanno fatto alcuni, che si possono recuperare risorse per far tornare i conti solo limitandosi a tagliare “il costo dei manager”. AMT, per fare un esempio concreto che conosco, ha in tutto dieci dirigenti che guadagnano complessivamente ottocentomila euro, a fronte di un costo complessivo dell’azienda di circa 165 milioni. Pur non avendo nulla in contrario a misure che tendono ad introdurre una maggiore equità nei trattamenti salariali, la strada per perseguire l’efficienza e rimettere in equilibrio i conti ed i costi di gestione dell’azienda comune e delle sue partecipate è molto più impervia ed in salita. Dubito fortemente che ci siano facili scorciatoie, ci toccherà sforzarci di ragionare (tutti insieme) per capire quali risorse sia giusto mettere in campo per garantire ai cittadini servizi pubblici che devono essere senza dubbio efficaci e orientati alla “qualità” ma al tempo stesso anche efficienti, convenienti e soprattutto sostenibili.

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