Ambiente / Diritti / Beni comuni

Marianna Pederzolli

Non è un paese per vecchi? Movida

in Diritti

“Movida” a Genova.

Un argomento che non scende mai nella top five dei discorsi al bar e degli articoli di giornali locali è senza ombra di dubbio quello della movida notturna nel nostro centro storico. E’ difficile non trovare citata la parola Movida senza che questa non sia preceduta dalla parola problema. Siamo tutti sottoposti, volenti o nolenti, ad una problematizzazione del fenomeno costante e ciò fa sì che questo termine si trascini dietro tutta una carrellata di associazioni negative e degradanti, senza mai che si pensi al fenomeno della Movida come ad un momento di socialità diffusa,uno dei pochi contesti di aggregazione giovanile, o semplicemente come un’occasione per incontrare persone nuove e crescere. Senza contare che i luoghi dove ora al Venerdì sera si trovano orde di più o meno ragazzi più o meno alterati, qualche anno fa erano lasciati alla sola frequentazione di spacciatori e malavitosi.

Non è mia intenzione in nessun modo negare un problema reale di convivenza civile e di impatto acustico che si riversa sull’abitato, e nemmeno quella di fare un’apologia del ventenne ubriaco in piazza delle Erbe, voglio solo dire che, a mio modo di vedere, quando si affronta questo tipo di discorso si parte già con un’impostazione deformante la realtà, e con molti pregiudizi.

Questo è uno dei casi in cui il conflitto intergenerazionale diventa più marcato e si esplicita la divergenza di interessi contrapposti fra i giovani e i residenti. (Personalmente ritengo che il conflitto non sia per forza da leggere in termini negativi, esso indica comunque un rapporto fra le parti e un di conseguenza un potenziale punto d’incontro e di contaminazione, mentre a Genova, a causa dell’età media particolarmente elevata, ad una gerontocrazia ancora più spiccata che nel resto del paese e ad un’incapacità dei giovani di far sentire la propria voce, sembra proprio che le coorti generazionali poco si parlino e poco si confrontino.)

Lo sforzo che vorrei che questa amministrazione riuscisse a fare è quello di ribaltare la prospettiva, trovare delle soluzioni condivise per trasformare la movida in una fantastica opportunità; non è un impresa impossibile, basta vedere come hanno fatto altre città ben più lungimiranti dalla nostra, come ad esempio Telaviv, che attrae imprenditori e nuovi cittadini per la sua fantastica vita notturna, di cui si fa vanto.

Per trovare soluzioni condivise appare chiaro un primo elemento di difficoltà: chi sono gli interlocutori? Finora abbiamo assistito a dei tavoli a cui sedevano i residenti, il cui interesse è il riposo, i commercianti che vogliono uno spazio legittimo di manovra e le istituzioni che devono trovare una mediazione fra gli interessi messi in campo. E chi manca, sempre e comunque al confronto? I ragazzi e le ragazze che nella città si divertono e che, pur essendo loro gli attori, si trovano a dover subire le decisioni prese da altri. Solo per questo ritengo che le soluzioni che si troveranno da tavoli con questo tipo di configurazione saranno per forza sfalsate.

Bisogna invece trovare lo spazio di confronto fisico e simbolico per capire insieme ai giovani e agli altri soggetti interessati quali strade innovative si possono trovare per superare lo stallo. Bisogna chiedere a cos’è che ognuno delle parti in causa è disposto a rinunciare e a cosa invece no per divertitisi. Come Comune poi dobbiamo attrezzare la città per potersi divertire, in termini di spazi e di orari.

Io penso che innanzitutto andrebbe diversificata la fascia oraria della Movida: dovremmo assumere una mentalità più europea relativamente agli eventi e alle feste, facendo cominciare già in orario aperitivo performance musicali ed eventi di intrattenimento e non per forza dopo le undici di sera. Bisogna poi che il flusso di gente che congestiona i nostri caruggi dopo la mezzanotte defluisca in spazi più aperti dove non ci sia un numero così alto di edifici residenziali. Vanno quindi individuate delle zone da adibire per concerti ed eventi per la seconda parte della serata e rivisto il regolamento sui decibel ed orari. Va sfruttato il fisiologico sbocco dei vicoli: l‘expo, un’area semi-deserta dopo una certa ora per la maggior parte dell’anno. Dobbiamo riconvertire ex capannoni industriali, spazi inutilizzati di proprietà comunale dandoli in co-gestione a realtà aggregative e artistiche della città.

Faccio una precisazione: il divertificio obbligatorio a cui è indotta la mia generazione io lo aborro, così come il fenomeno della standardizzazione del divertimento, a cui ci costringe la pubblicità, la televisione, i telefilm, l’offerta qualitativamente bassa e sempre uguale dei locali privati e la mafia delle discoteche genovesi.  Il divertimento per me è una sfera necessaria della vita e mi piace pensarlo come un diritto di ognuno da esprimere soggettivamente, partendo da un presupposto: il divertimento è stare a proprio agio prima di tutto.

Il problema dell’abuso di alcool fra i giovani è un altro tema fortemente dibattuto anche in consiglio comunale in questi giorni. Il fenomeno è in costante crescita e la prima causa di morte sotto i 24 anni è dovuta ad incidenti stradali causati dall’alcool, un dato davvero agghiacciante. Non è però con le ordinanze ( salvo casi davvero eccezionali), i copri fuoco e le chiusure dei bar che si risolve il problema. Vanno sì sanzionati  quei locali che fanno prezzi al ribasso per i super alcolici e va fatta molta più informazione e prevenzione sul tema in tutti i luoghi dove i giovani stanno, ma ragionare sulla movida e l’abuso di alcool vuol dire prima di tutto fare una riflessione sull’offerta culturale che questa città offre alle giovani generazioni: bisogna far sì che il venerdì sera l’unico aggregante non sia l’alcool creando delle reali alternative alla Movida da bere.

Assumiamoci un pezzo di questa complessità, affrontiamo l’argomento senza preconcetti, riconoscendo però prima di tutto che in questo dialogo fin ora è mancato un interlocutore, i giovani.

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