Ambiente / Diritti / Beni comuni

Lucio Padovani

Parliamo di programma? Va bene, ma quando parliamo di bilancio dell’esperienza amministrativa? Ai posteri o a NOI l’ardua sentenza?

in Varie

Valzer di nomi circa il potenziale candidato sindaco (del centro sinistra? non si sa), solo se Doria decide di non candidarsi di nuovo (ovviamente? forse), insomma poca chiarezza. Rete a sinistra invoca, giustamente, la necessità di ripartire dalle persone e dai progetti e ci chiede di partecipare ai tavoli per la stesura del programma.

“Altrimenti – scrive Gaggero coordinatore della rete – si corre il rischio di candidare il primo che capita a tiro, partiamo dal nome e intanto scriviamo le solite duecento banalità confuse”. Giusto.

Allora parliamo di programma, d’accordo. L’ultimo, quello che ha portato la coalizione guidata da Marco Doria a vincere le elezioni, è stato elaborato da centinaia di volontari e militanti appassionati e competenti (ai tavoli per la costruzione partecipata del programma di Doria c’erano fior di esperti e molti operatori dei settori coinvolti).

Ciononostante, il programma, per quanto significativamente condiviso, dovendo affrontare il tritacarne delle mediazioni tra partiti, ha dimostrato, nella successiva attività amministrativa, di avere buchi ed ambiguità da chiarire che sono diventati immediatamente nodi al pettine e motivo di conflitto tra le forze politiche che sostenevano la maggioranza (in particolare: imu, privatizzazioni, grandi opere, consumo di suolo).

A me sembra del tutto evidente, che “scrivere il programma”, dopo un’esperienza amministrativa che ci ha pesantemente coinvolto in termini di responsabilità, generi la necessità, per forza di cose, di lavorare seriamente al bilancio di quello che si è riusciti a fare e di quello che non si è riusciti a fare, concentrandosi sulle criticità, in un ottica di “miglioramento” (kai zen direbbero i giapponesi).

Parto dalla considerazione, ovvia a mio modesto parere, che, questa volta, piuttosto che scrivere “idee innovative” (raccontandoci che stiamo ascoltando i bisogni dei cittadini), per poter essere sul serio credibili (e non cadere in una facile demagogia) sarebbe il caso di scrivere “idee realizzabili”, misurandoci con il “contesto” (che ormai conosciamo bene), con le risorse effettivamente disponibili e soprattutto con quanto è stato fatto (o non è stato fatto) fin qui.

Trovo pericoloso (e anche un po’ presuntuoso) pensare che, siccome si è “nuovi” (e il direttivo della rete in larga misura lo è), la strada maestra sia ricominciare ad ideare ex novo, da capo, come se nulla ci fosse stato prima. Il problema semmai è capire perché non si è stati in grado (o almeno non sempre) di realizzare le idee presenti nel programma anche quando  apparentemente “condivise” e “desiderabili”.

Dove si sono incontrate le maggiori difficoltà e resistenze? Cosa sono mancate: la coerenza, la determinazione, le risorse, le competenze? La maggioranza ha effettivamente condiviso la visione fino in fondo? Su quei temi aveva posizioni sul serio convergenti o non vi erano differenze profonde che hanno reso l’azione incerta?

Ribadisco qui, quanto ho provato a proporre in più occasioni, quello che ora ci serve non è il questionario ai cittadini che sembra soprattutto un “esercizio di stile”  e rischia di lasciare il tempo che trova (anche qualora avesse numeri significativi, cosa che tra l’altro non mi sembra abbia) ma un confronto pubblico stringente che metta al centro l’esperienza che si sta concludendo.

Confronto che dovrebbe coinvolgere, se ce la si fa, sia tutti coloro che allora si sono attivati nella stesura del programma e nel sostegno alla campagna (almeno quelli ancora disponibili), sia coloro che, a diverso titolo, sono diventati i protagonisti dell’esperienza amministrativa esercitando ruoli di responsabilità (i consiglieri comunali e municipali, ovviamente i partiti e la lista civica e perché no il sindaco e gli assessori). Sperando che questi ultimi, “mettendoci la faccia”, restituiscano agli elettori il senso, le difficoltà ed i limiti dell’esperienza che hanno vissuto.

Insomma, penso che ci sia da assumersi, collettivamente e pubblicamente, la responsabilità di quello che non ha funzionato (magari anche spiegando perché) e al tempo stesso assumersi il merito (valorizzandoli e difendendoli) dei risultati ottenuti. Solo questo forse restituirebbe a NOI (la cosiddetta sinistra “di governo” come soggetto collettivo) la credibilità necessaria.

Se non si fa i conti prima di tutto con l’esperienza precedente, a partire (senza nascondersi dietro al dito) anche dalle caratteristiche, dai limiti e dalle contraddizioni, dalle dinamiche presenti all’interno della giunta e della maggioranza di centro sinistra che l’ha sostenuta, tutto il resto rischia di essere un po’ fuffa. Anche perché se non partiamo dagli errori commessi, se da essi non si genera apprendimento, nulla ci vieta (se gli elettori ce ne danno l’opportunità ovviamente) di ripeterli.

Nel frattempo,  il quadro politico (inutile affannarsi a negarlo) è molto cambiato: a livello nazionale il centrosinistra non esiste più (allora la coalizione si presentava con un programma dal titolo “Italia bene comune”, sic), la stagione della “primavera arancione” sembra definitivamente tramontata (come dice Doria la “foto di vasto” è piuttosto sbiadita), sono passati quasi cinque anni (in mezzo c’è stato il jobs act, la buona scuola, la deforma della costituzione ed un governo di centrodestra), nel frattempo, la sinistra “di governo” alla guida della città, si è confrontata con una difficile, controversa, sofferta esperienza amministrativa.

Il progetto politico che stava dietro alla maggioranza di centro sinistra, almeno a livello locale, sta ancora in piedi? Il pd e la sinistra hanno ancora un livello di condivisione sufficiente sui temi strategici che riguardano il futuro della città e del paese? Se non si affronta questo nodo, insieme agli altri richiamati sopra, perché i cittadini che allora ci hanno votato dovrebbero ancora darci fiducia?

In conclusione, il programma, in quanto ad obiettivi e progetto di città, per certi versi ce l’abbiamo già, è quello del 2012, con i dovuti aggiustamenti ovviamente, visto che sono passati cinque anni, il contesto è cambiato e l’esperienza concreta dell’amministrare non può che darci utili indicazioni circa il futuro. Non mi sembra quindi questo il vero problema.

Bisognerebbe però, questo sì, trovare il coraggio di ripartire da lì, capire cosa ha funzionato, cosa no e perché. Il gioco dell’oca, in cui tutte le volte, ad ogni tiro di dadi, si ricomincia da capo, “innovando” senza far tesoro dell’esperienza, come se fosse la prima volta, come se non ci fosse stato un prima, non mi appassiona, non mi è mai piaciuto (neppure quando ero piccolo) e lo trovo piuttosto insensato. Quello che è certo è che il tempo stringe, ai posteri o a NOI l’ardua sentenza?

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