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Lucio Padovani

PERCHE’ NON MI CANDIDO CON IL CENTRO-SINISITRA

in Varie

Lettera aperta agli amici e ai compagni.

Due parole, per spiegare ad amici, compagni e a chi mi ha votato nel turno precedente, il perché di questa scelta, non facile per me, di lasciare il campo del centrosinistra. Sono del tutto consapevole che le opinioni riportate qui sotto sono del tutto personali e di parte, non ho nessuna pretesa di essere scientifico, ma è a seguito di questi pensieri che ho maturato la decisione.

1) CRIVELLO, DORIA E LA “EXIT STRATEGY” DEL PD.

Ovviamente la cosa che ha più influito sulla decisione è stato il bilancio dell’esperienza di questi cinque anni di “governo” con Doria. Su questo punto la prima considerazione che faccio è la seguente: il centrosinistra un bilancio serio, rigoroso e soprattutto condiviso, dei limiti e dei risultati conseguiti dall’amministrazione in carica non l’ha mai colpevolmente tentato.

A fine corsa la maggioranza non ha raccolto – nonostante le ripetute richieste – l’esigenza di una verifica dello stato di realizzazione del programma. Non l’ha voluto fare per paura, nella convinzione fondata che approfondire attraverso l’analisi le differenti posizioni, facesse emergere contraddizioni non facilmente sanabili, inasprisse le relazioni  e finisse per aliementare distanze già sin troppo profonde ed evidenti.

Per quanto abbia cercato, con parecchia fatica, di essere un consigliere “abbastanza fedele alla linea” ed al mandato che mi era stato consegnato dagli elettori, ho  attraversato l’esperienza con una certa sofferenza per come la situazione andava evolvendo,  sofferenza  che alla fine si è trasformata  in vera e propria insofferenza.

La mancata verifica non ha certo giovato alla causa, perché non solo si rischia di ripetere oggi gli stessi errori tali e quali (visto che non si è tenuto in nessun conto dei “nodi irrisolti”) ma, peggio ancora, si rischia di celebrare un “matrimonio di interesse” del tutto strumentale e privo di ogni pathos, altro che “primavera arancione”.

Oggi la principale parola d’ordine della coalizione é “non consegnare la città alle destre”, che tradotto significa “non prenderle”, ma sul perché stare insieme, anche a costo di mettere in secondo piano differenze non facilmente ricomponibili, vengono fornite risposte poco convincenti. Del resto, non c’è tempo per pensare, bisogna impegnarsi a fondo, pancia a terra, nella campagna elettorale.

Il Partito Democratico ha scoperto molto tardi, dopo cinque anni di sistematica sottovalutazione del contributo delle forze di sinistra e di conflitti più o meno latenti con il  “sindaco arancione”, che la sinistra serve eccome.  Serve soprattutto per  evitare il rischio di una “debacle” con la prospettiva di perdere anche la “fortezza Genova”.

La “vocazione maggioritaria” che riemerge prepotentemente soprattutto quando il PD è vincente (quante volte dopo le europee hanno minacciato di “mandare a casa” Doria) si è per il momento sopita, evidentemente  il referendum è stato una grande lezione di democrazia e di realismo anche per chi lo ha perso. Un po’ contro-natura, i democrats sono costretti a contenere le spinte autoreferenziali e l’arroganza post-ulivista, a cui sono “ontologicamente” esposti, e tornare a più miti consigli.

Non essendo riusciti a metabolizzare Doria e la sua irriducibile alterità rispetto alla politica tradizionale, né tantomeno a tollerare la radicalità programmatica, magari non sempre coerente, della Lista Doria, ecco che ora il Pd “sposa”, con entusiasmo sospetto Crivello, ma solo dopo avere a lungo e inutilmente corteggiato Borzani. Vero è che a Genova, anche se si tende al centro, senza un pò di sinistra “in cartello”, le elezioni si perdono di sicuro.

Temo a questo punto, mi dispiace dirlo, che  abbia ragione Regazzoni (e con lui i renziani tutti) il quale non ha mai fatto mistero di pensare che la “cultura” della sinistra sia inconciliabile con il nuovo corso. Penso persino che la  sua posizione sia più “onesta intellettualmente”, mentre quella di Terrile e compagni (da buoni neodemocristiani) è frutto di “pensieri vecchi” che non corrispondono per niente all’anima risultata vincente nel PD “geneticamente modificato” che é ormai diventata egemone nel partito.

Tuttavia, in nome della real politik l’imperativo categorico sembra essere proprio quello di scordare il passato il più in fretta possibile per poter avere le mani libere e ricostruire un po’ a “a prescindere” (come direbbe Totò) una compagine competitiva.

Quello che non andava bene prima con Doria sembra andar bene ora cambiando il nome del sindaco, come se bastasse una semplice alchimia per evitare magicamente di ripetere errori, ambiguità e contraddizioni dell’amministrazione precedente. 

Licenziato Doria, senza colpo  ferire, anzi addirittura con un malcelato senso di sollievo, senza neppure spendere una parola per l’orazione funebre, come attraverso una sorta di rimozione collettiva, viene candidato Crivello, il “sindaco-lavoratore”, l’uomo della provvidenza. Personaggio in definitiva decisamente più understatement, più digeribile del “sindaco-professore” a cui non a caso nessuno ha chiesto di ricandidarsi.

Quindi “viva Crivello!”, candidato che, pur incarnando la continuità con l’esperienza precedente, in quanto “uomo di partito” è molto più rassicurante, parla un linguaggio comprensibile, sembra dare maggiori garanzie in fatto di  capacità di mediazione ed in fondo è del tutto interno agli schemi della “vecchia” politica. 

Insomma alla fine della fiera nessuno è riuscito a salvare il soldato Doria (in primis da se stesso), diventato suo malgrado, facile capro espiatorio, egli paga di persona contraddizioni che sono invece, in larga misura da attribuire ad  una coalizione frammentata e litigiosa che il sindaco ha cercato di servire fedelmente fino all’ultimo.

Personalmente, pur avendo ormai scelto un’altra strada, penso che al sindaco Doria vada restituito solennemente quantomeno l’onore delle armi.

2) LA GIUNTA DI CENTROSINISTRA E LE SUE CONTRADDIZIONI.

Come seconda considerazione, credo – a dispetto dei più ed un po’ controcorrente – che il sindaco si sia misurato, dovendo scontare un’eredità molto pesante, con un compito titanico, al limite dell’impossibile: indebitamento alle stelle, partecipate sull’orlo del fallimento, dissesto idrogeologico non gestito; con l’aggravante di non poter più disporre di risorse adeguate per mediare gli interessi in campo che al contrario i suoi predecessori avevano a disposizione.

Una delle critiche che vengono più spesso rivolte a Doria è quella di “non aver fatto niente”. Non credo sia vero. Credo piuttosto che, data la situazione, l’amministrazione abbia fatto ciò che gli era possibile fare, sicuramente ha orientato l’azione di governo alla correttezza, al rigore, alla specchiata onestà; ma tutto questo, date le premesse, non è bastato e non è stato abbastanza riconosciuto.

È noto, ma è bene ribadirlo, che nell’ultimo quinquennio  si è assistito ad una contrazione di risorse a disposizione per il bilancio del comune pari a circa il 25% della disponibilità annua in termini di trasferimenti dallo Stato (cioè 175 milioni su 800).

Con 175 milioni in meno, far tornare i conti, mantenere le opportune mediazioni ed i vecchi equilibri consolidati, è stato parecchio complicato. Se oltre a tutto questo ci si trova anche costretti a misurarsi con una crisi economica  senza precedenti, il risultato è, salvo miracoli (che purtroppo non ci sono stati), facilmente  prevedibile.

Detto ciò, i limiti maggiori dell’azione di governo sono stati soprattutto altri:  l’incapacità a comunicare in generale, il non sapere fare “marketing politico” neppure dei risultati positivi e, a dispetto di tutte le premesse, la scarsissima capacità di  condividere le responsabilità delle decisioni, un paradosso per chi aveva fatto della partecipazione la sua bandiera.

Di fronte alla lunga teoria di problemi e di crisi ripetute, l’amministrazione Doria si è chiusa nel “fortino assediato”, comunicando sempre meno con il mondo, finendo per non riuscire a socializzare le difficoltà che stava incontrando neppure con i più fedeli sostenitori. Il risultato  è stato di rimanere nel finale di partita in perfetta solitudine ad affrontare problemi insormontabili.

La percezione negativa dell’operato della giunta, molto spesso non del tutto giustificata visti i problemi che si è trovata ad affrontare, è andata montando fino a trasformarsi in pregiudizio negativo di una parte significativa della cittadinanza. Non poteva essere altrimenti, se non comunichi e non condividi, se è la “narrazione” degli altri che prevale e costruisce la realtà, c’è poco da  stupirsi.

La spinta innovativa si è arrestata nel momento in cui la “politica”, che si è dimostrata non coerente e non abbastanza determinata, si è dovuta misurare con ostacoli che si sono rivelati molto difficili da superare: 1) il consociativismo corporativo, figlio di robusti interessi, di una storia e di consuetudini consolidate; 2) le “resistenze” della struttura messa in discussione ma dotata delle competenze chiave; 3) l’incapacità manifesta di molti assessori, in massima parte guarda caso del PD, di saper esprimere e mettere in pratica una visione strategica coerente con il programma;  4) l’azione dello stesso partito democratico che se aveva in mente riforme non erano certo quelle elaborate dai comitati Doria durante la campagna delle primarie nel 2012.

In conclusione, la debolezza evidente di una maggioranza ambigua, contraddittoria e senza numeri, che si è sfarinata il giorno stesso del primo bilancio, ha fatto sì che non si riuscisse ad incidere in profondità su equilibri di potere consolidati. Non avendo la forza sufficiente per produrre il cambiamento, ci si è presto limitati ad “amministrare”,  con il risultato di  rinunciare a perseguire una parte importante degli obiettivi che avevamo condiviso in campagna elettorale, tradendo la tensione riformatrice che l’aveva animata.

Le grandi aspettative generate dalla “primavera arancione” si sono  progressivamente spente e sono andate deluse soprattutto per l’incapacità, sempre più manifesta, di dare seguito al programma. Guarda caso proprio a quelle parti del programma che erano riuscite a fare il “miracolo” di tenere insieme anime anche molto diverse della sinistra, intorno ad “argomenti bandiera” che rinviavano  a temi strategici: la partecipazione dei cittadini, il decentramento municipale, la riforma della pubblica amministrazione, l’efficienza nella gestione delle partecipate (che  dovevano però rimanere pubbliche), l’ostilità  verso le grandi opere “inutili”, il rispetto per l’ambiente da conciliare a tutti i costi con lo sviluppo (consumo di suolo a zero), la mobilità eco-sostenibile,  la corretta pianificazione territoriale dei servizi sociosanitari.

Il risultato è stato che alla fine abbiamo fatto scontenti tutti: sia  quelli che il sistema condividevano perché ne traevano qualche  beneficio, sia quelli che sistema non condividevano e avrebbero voluto cambiarlo. Quando si rimane incerti, disorientati, “in mezzo al guado” si perde e, finendo tra due fuochi  si perde anche male, perché nessuno fa sconti.

Alla fine, è brutto dirlo, siamo stati confinati nel compito scomodo ma utile (qualcuno doveva pur “sporcarsi” le mani) di “curatori fallimentari” di un sistema di potere, sotto-finanziato, apparentemente irriformabile e ormai, per ammissione unanime, anche del tutto insostenibile.

Peccato che chi con le proprie scelte ha contribuito non poco a determinare la situazione attuale (avendo amministrato la città per cinquanta anni) non si sia assunto, fino in fondo e con onestà, la responsabilità politica di quello che aveva prodotto e abbia invece cercato ad attribuirla ad altri, esercitandosi in un indegno e sistematico tiro al bersaglio su Doria e la sua giunta. Mi dispiace dirlo ma “responsabilità” e “politica” sembrano, alla luce della mia esperienza recente, due concetti apparentemente inconciliabili: è sempre colpa di qualcun altro!

3) LA FINE DI UN PROGETTO POLITICO  E LA NECESSITA’ DI COSTRUIRE L’ALTERNATIVA.

Terza considerazione, un altro elemento di sofferenza e di criticità insormontabile, forse  persino più decisivo dei primi due, per quanto apparentemente distante dall’azione amministrativa, è stata la crisi progressiva del progetto politico che stava dietro alla maggioranza, per capirsi quello di “Italia Bene Comune” e della “foto di Vasto” (con Bersani, Vendola e Di Pietro): crisi economica e renzismo sono stati i killers che hanno chiuso l’esperienza del centrosinistra, mettendone a nudo tutte le contraddizioni.

Da un lato, il “blando riformismo” progressista si è dimostrato uno strumento non più utile alla fase di gravissima crisi economico-sociale che il paese attraversa, perché del tutto incapace di contrastarne efficacemente gli effetti o anche solo a mitigarli; dall’altro,  il “riformismo” renziano ha fatto il resto, creando una distanza siderale tra politiche sotenute dal partito democratico e dal governo di centrodestra e progetti e valori identitari della sinistra.

L’elenco delle riforme in questione è lungo (job act, buona scuola, sblocca Italia, riforma della pubblica amministrazione,  italicum,  deforma costituzionale, politica estera e difesa, per finire con il recente decreto sicurezza) ma è stato soprattutto l’attacco alla costituzione ed il progetto di riforma sconfitto dal referendum a creare un solco difficilmente colmabile tra le forze del centro-sinistra. Una sorta di punto di non ritorno che ha messo a nudo differenze di orientamento strategico e di visione del mondo molto profonde e, se qualcosa non cambia in modo significativo, addirittura antagoniste. Semplificando il discorso con uno slogan efficace, la costituzione per chi è di sinistra non va modificata, va attuata.

Un’ultima considerazione. Sono arrivato alla conclusione, anche grazie all’esperienza del governo della città che ho almeno parzialmente condiviso, che ci troviamo di fronte alla necessità, non più procrastinabile, di un cambiamento molto radicale delle politiche. Bisogna, al piu presto, uscire dalla gabbia dell’egemonia politica e culturale di una visione dell’economia e della società che si è dimostrata fallimentare, incapace di affrontare la crisi.

Dinamiche economico-finanziarie fuori controllo, associate a politiche economiche sbagliate hanno creato maggiore ingiustizia, diseguaglianza crescente, aumento della povertà, messo in ginocchio il ceto medio, scaricato sulle amministrazioni locali interamente i costi del debito, ridotto drasticamente le risorse a disposizione per i servizi, indebolito pericolosamente i sistemi di protezione e di welfare, rendendo non più esigibili i diritti solennemente sanciti dalla costituzione.

Le politiche del rigore e del debito hanno generato non solo seri problemi sul piano etico ed attentato alla democrazia effettiva, ma hanno anche determinato un “loop” (un corto circuito) dal carattere squisitamente economico:  se non si ridistribuisce ricchezza, si deprimono i consumi; senza consumi e senza investimenti  non ci può essere sviluppo e lavoro; senza lavoro aumenta la povertà e la disuguaglianza ed il cerchio si chiude in un spirale che ha effetti disastrosi.

Di fronte al fallimento del libero mercato e delle sue ricette per uscire da una crisi (che esso stesso ha determinato) sappiamo ora  con certezza che ci vogliono altre politiche economiche e che per realizzarle bisogna costruire al più presto un’alternativa politica e sociale. Non vogliamo tornare a Marx perchè la sua radicalità da vecchi riformisti ci spaventa? Allora torniamo almeno a Keynes. Se vogliamo invertire la deriva prodotta dalla crisi, cambiamo rotta al più presto, invertiamo il senso di marcia. Con le riforme di Renzi abbiamo “cambiato verso”, ora prendiamo atto che la direzione scelta era quella sbagliata!

Non sarà facile, il percorso si presenta impervio, complesso ed accidentato, incontreremo molti ostacoli ed  all’inizio rischieremo persino di perdere  una parte del consenso sull’altare del “voto utile”, ma è ormai chiaro a tutti gli uomini di buona volontà di sinistra che c’è la forte necessità di un cambiamento radicale.

E’ necessario costruire al piu presto UN’ALTERNATIVA POLITICA E SOCIALE nelle città e nel paese, un’alternativa che ridia speranza, che identifichi nuove soluzioni, che fornisca nuove risposte in grado di restituire a noi cittadini diritti, benessere e partecipazione, tutto quello che stiamo rischiando di perdere se non si cambia strada.

Cari compagni, per quanto mi riguarda io ho deciso, il momento E’ ORA!

Le vostre opinioni

2 commenti su PERCHE’ NON MI CANDIDO CON IL CENTRO-SINISITRA

Grazie Lucio, avendo seguito da vicino le vicende politiche della nostra città e della Lista Doria non posso che condividere la tua analisi e la tua scelta. Buon lavoro.

Stefano Chellini ha detto la sua il 13 mag 17 alle 0:49

Una sola parola: grazie
Con tantissimo affetto
Guido

Guido Rodriguez ha detto la sua il 15 mag 17 alle 11:50

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