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Lucio Padovani

Riflessioni sulle linee programmatiche: difesa del sistema di welfare e ruolo degli operatori sociali

in Diritti

Intervento in Consiglio Comunale del 4 ottobre 2012

in occasione della presentazione delle linee programmatiche del Sindaco Marco Doria (Prima Parte)

Le linee programmatiche traducono gli impegni presi in campagna elettorale in azioni concretamente perseguibili, in obiettivi da raggiungere, in progetti verificabili e, vista la complessità della materia, speriamo non manchino occasioni per approfondirle e  discuterle nel dettaglio in consiglio. Per questo noi consiglieri della Lista Doria cercheremo di dare un contributo positivo alla discussione sul programma a partire dalle nostre competenze ed in relazione ad argomenti su cui pensiamo di avere delle cose utili da dire e da sottoporre al dibattito in aula. Comincerò  quindi con il proporre alcune riflessioni sulla parte del programma che riguarda il welfare, materia che conosco meglio.

L’impegno della giunta di difendere il sistema dei servizi sociali, pur in una fase di grave crisi economica e finanziaria è stato perseguito con determinazione, stando alle dichiarazioni rilasciate in questi giorni dagli assessori Dameri e Miceli ed oggi dallo stesso Sindaco, il tetto di spesa di 42 milioni necessario per mettere “in sicurezza” il sistema è stato raggiunto anche quest’anno. Sappiamo che la forbice tra bisogni e risorse resta ampia e che queste ultime sono del tutto insufficienti a coprire la domanda crescente di servizi,  ma sappiamo anche che se un’altra spending rewiev si abbatte sugli enti locali, tutto quello che siamo riusciti a “tenere” oggi non riusciremo a a difendere domani. Insomma le prospettive per il 2013 restano incerte. E’ necessario per le PA che le politiche nazionali cambino al più presto. Abbiamo bisogno di un governo “eletto dai cittadini” che non penalizzi ulteriormente gli enti locali (a cui  spetta garantire il sistema di protezione sociale e dare risposte concrete ai bisogni) e che affronti la crisi tendendo una maggiore equità.

 In una situazione in cui le risorse sono sempre più limitate, si parla, tuttavia, sempre più spesso della necessità di utilizzarle al meglio, di ri-allineare, l’offerta e la domanda di prestazioni che proviene  cittadini, di ri-orientare i servizi e i loro modelli di intervento per metterli in grado di rispondere al meglio ai nuovi bisogni sociali (nuove vulnerabilità, debolezza delle strutture familiari) frutto anch’essi della crisi. Anche le linee programmatiche  parlano di sistema “un po’ ingessato”,  di “debolezze”, di “pesantezza organizzativa” e ribadiscono la necessità di provvedere rapidamente sia ad un’analisi dei bisogni, sia ad una riorganizzazione  del sistema informativo (ad oggi del tutto inadeguato allo scopo), per arrivare ad una valutazione condivisa dei risultati ottenuti dalle politiche messe in campo.

 Condividiamo questa posizione, ma crediamo anche che realizzare in tempi brevi una valutazione “attenta e  condivisa“ dei risultati, sia interesse, non solo della pubblica amministrazione, ma anche dei soggetti che erogano concretamente servizi. Se vogliamo costruire davvero un sistema, “esperto” ed integrato,  in grado di raccogliere la sfida della qualità e dell’efficienza, dobbiamo essere consapevoli che non si può affrontare la crisi ed al tempo stesso produrre reale innovazione, se non si  coinvolgono gli operatori, sia che essi siano in forza alla Pubblica Amministrazione o al III settore, valorizzandoli come risorsa, riconoscendo loro le competenze maturate in anni di lavoro. Per realizzare lo sforzo creativo necessario abbiamo bisogno del contributo di tutti.

 Se la direzione strategica adottata dalla PA è quella di “dare ascolto”, riconoscendo il ruolo ed il sapere di  chi è si confronta, tutti i giorni, con la sofferenza delle persone, essa non può che sostenere e valorizzare le capacità e le competenze  delle organizzazioni del terzo settore (visto che sono proprie queste organizzazioni a farsi carico ormai in misura sempre più rilevante del rapporto diretto con gli utenti) spingendole ad assumersi, con ancora maggiore determinazione, le “responsabilità pubbliche” che già, di fatto, esercitano.

 L’amministrazione non può limitarsi al mero controllo della spesa, ma deve impegnare risorse e intelligenze per infrastrutturare, sostenere, facilitare, la rete dei servizi e, con essa, le iniziative della società civile nelle sue forme organizzate  (fornendo spazi di confronto e di elaborazione, semplificando la burocrazia, migliorando i servizi di staff,  mettendo a disposizione il patrimonio per attività sociali, ecc.). Se vogliamo vincere sul serio la sfida dell’innovazione dobbiamo introdurre, procedure di affidamento che assicurino, al tempo stesso, trasparenza, continuità e qualità e sistemi di valutazione che non siano schiacciati sulla dimensione economica, ma che tendano alla verifica dei risultati effettivamente prodotti dalle politiche messe in campo.

 Quello che è certo, è che non abbiamo assolutamente bisogno di facili generalizzazioni che rischiano di costruire immagini capovolte della realtà, né di  riprogettazioni, basate su opinioni e non su evidenze e  sostenute dall’intento,  non dichiarato, di gabellare come innovazione l’imperativo categorico di contrarre le risorse ed effettuare tagli. Bene ha fatto ieri il sindaco, nel comunicato-stampa, a tornare sulla questione del ruolo degli operatori di terzo settore e a riconoscerne senza esitazione il contributo, senza di loro  e senza le loro organizzazioni non ci sarebbe più un sistema di servizi su base professionale, legato a diritti esigibili, ma solo welfare fondato  sulla carità o sulla disponibilità, incerta per definizione, di risorse volontarie.

 Dal punto di vista più “tecnico”, troviamo infine del tutto condivisibile aver messo l’accento sulla questione del riconoscimento dei livelli essenziali di prestazioni sociali, senza il riconoscimento dei livelli essenziali non ci sarà la possibilità di definire diritti realmente esigibili in fatto di prestazioni sociali ed essi saranno sempre legati alle risorse incerte a disposizione dei bilanci comunali. Bene, da questo punto di vista, che Anci e  Regione facciano pressione in tal senso sul governo. Bene anche lavorare con determinazione  sull’integrazione sociosanitaria, che però non può significare, come sta avvenendo ora, “riclassificare” come spesa sociale la spesa sanitaria (per motivi di bilancio) e scaricarne i costi sul Comune (vedi  la questione  dei trasporti in ambulanza).

 C’è chi ha parlato, negli interventi che mi hanno preceduto,  della necessità di un maggiore sostegno alle famiglie, di “quoziente familiare”, ma le famiglie, in questa fase, si sostengono sul serio solo integrando le “politiche sociali” (assistenza, consulenza e cura), con  le “politiche per la casa” (erp, housing sociale), con le “politiche attive del lavoro” (sostegno all’inserimento lavorativo e  formazione) e con le “politiche di sostegno al reddito” (introduzione del  reddito minimo garantito). Bene, di conseguenza,  promuovere un’idea più complessiva e articolata d’intervento sociale, la strada obbligata per evitare un aumento esponenziale della spesa per gli interventi di “riparazione del danno” è, e resta, nonostante le ristrettezze di bilancio, continuare ad investire sulla prevenzione.

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